Zero Alfa: Capitolo 16

Ma tu… chi sei?

 

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

X era abituato a viaggiare nel tempo, ma di solito lo faceva utilizzando un braccialetto bianco collegato al cervello. Bastava immaginare un luogo e un periodo temporale – di solito associato ad un ricordo o ad un oggetto significativo – per saltare qua e là nel tempo e nello spazio.

Ad ogni viaggio, il cerebracciale registrava le coordinate d’arrivo e le trasmetteva alla Fondazione Tempo, la centrale operativa degli agenti intertemporali.

Attraversare una porta, però, era diverso. Le porte erano imprevedibili: potevano aprirsi ovunque e condurti in luoghi sconosciuti e in epoche oscure. Non fu questo il caso, per fortuna.

X fu letteralmente “sputato” dalla porta intertemporale e cadde con la faccia per terra. Non ebbe il tempo di rimettersi in piedi che Artemius gli piovve addosso come un sacco di patate, appiattendolo di nuovo al suolo.

“Un bel giretto!”, commentò Artemius rialzandosi. Intanto il bagliore azzurrognolo della porta si affievoliva sempre più e infine il buco spazio-temporale scomparve lasciando X e Artemius completamente al buio.

X estrasse dalla tasca la piastrina bianca. “Attiva!”, disse. E dopo aver ripetuto la frase password, l’agente ordinò a Giny di illuminare l’ambiente circostante. Si trovavano in un luogo chiuso, probabilmente in uno scantinato. C’erano oggetti di varie dimensioni coperti con dei teli scuri. La quantità di polvere e ragnatele su di essi indicava un evidente stato di abbandono.

“X… dove siamo?”, chiese Artemius.

“Sembrerebbe un posto abbandonato da tempo”, rispose l’altro.

“Un’altra mela marcia?”

“Non credo.”

“Come fai a dirlo?”

L’agente non rispose. Raccolse il suo cappello, che era rotolato poco più in là al suo arrivo, e fece qualche passo. Giny lo seguiva a ruota illuminando le pareti circostanti.

“X…?”, lo richiamò Artemius che aveva preferito rimanere qualche passo indietro, così era rimasto fuori dal cono di luce, e questo lo agitava parecchio.

“X…”, ripeté quasi bisbigliando. L’agente però non rispondeva.

A quel punto Artemius sollevò la gamba per fare un passo. “Fermo!”, gridò X, “non ti muovere!”. Era comparso all’improvviso alle sue spalle.

Artemius rimase pietrificato, con la gamba sollevata e lo sguardo terrorizzato. X si mise con la pancia per terra di fronte a lui; appoggiò l’orecchio su una delle mattonelle di cui era lastricato l’intero pavimento.

“Ma che succede?”, chiese Artemius ritirando la gamba.

“Sssh!”, fece l’altro mentre ascoltava il pavimento.

Poi, all’improvviso si alzò e chiamò a sé Giny. La piastrina bianca si posizionò di fronte a lui, in attesa di input. “Giny, amica mia…”, disse, “puoi estrarre questa mattonella, per piacere?”, e indicò la mattonella in questione.

Giny eseguì la richiesta in meno di tre secondi e così scoprì una piccola nicchia nel terreno. Dentro c’era un bracciale nero.

“E quello che diavolo è?”, chiese Artemius.

“Un cerebracciale”, rispose X.

“Nero…?”

“Sì.”

“Credevo che i cerebracciali fossero tutti bianchi.”

“Dipende dal materiale.”

“Che vuol dire? I cerebracciali sono fatti di xavia, giusto? E non è che lo puoi colorare… o no?”

“No, non puoi. Lo xavia puro è bianco, ma esiste anche lo xavia nero.”

“Non lo sapevo.”

“Nessuno lo sa, è un progetto top-secret. Solo gli agenti X come me ne sono a conoscenza.”

“Ma dai!”

X raccolse il bracciale e se lo mise al polso; quindi si rimise in piedi e chiamò a sé Giny.

“Come sapevi dell’esistenza di quel bracciale?”, chiese Artemius.

“Perché io qui ci ho lavorato”, rispose X, “era il mio laboratorio.”

Artemius lo guardò perplesso: “Ma tu… chi sei?”, gli chiese. Questa domanda, però, rimase senza risposta.

“Andiamo!”, disse l’uomo bianco sistemandosi il cappello in testa, “dobbiamo impedire a Max di distruggere un’altra linea temporale!”

Raggiunse uno di quei teli scuri e scoprì l’oggetto che vi si trovava sotto.

“E quella che roba è?”, chiese Artemius.

Una morsa d’acciaio teneva bloccata una bacchetta di trenta centimetri bianca come l’avorio. Per sbloccarla ci voleva una combinazione alfanumerica. X provò a digitarla… Tirò un sospiro di sollievo quando la morsa si allentò. Prese quindi con estrema delicatezza la bacchetta e la accarezzò, come fosse un bambino. Sulla base erano incise due lettere: S e P.

“Questa, mio caro, è una bacchetta di xavia”, spiegò.

“E a cosa serve?”, chiese Artemius.

L’agente infilò la bacchetta nei pantaloni e sorridendo rispose: “Lo vedrai.”

Zero Alfa: Capitolo 15

Corsa contro il nulla

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

Quando alzò gli occhi al cielo, l’agente X capì che Max aveva detto la verità. Si vedeva un alone azzurrognolo che avanzava verso di lui divorando la terra. Al suo passaggio, la bolla intertemporale lasciava il nulla.

X uscì dal garage e percorse un vialetto esterno che lo condusse fino alla strada principale. L’asfalto, pieno di buche e crepe infestate dall’erba, tagliava in due un quartiere residenziale abbandonato. Le piante infestanti la facevano da padrone deteriorando muri e infissi.

“Ehi!”, gridò Artemius al compagno. “Dove stai andando?”, chiese dopo averlo raggiunto, in mezzo alla strada.

“A cercare l’uscita”, rispose l’altro.

“L’uscita?”, chiese ancora Artemius, come sempre confuso.

“Max Barr mi ha detto come si esce dalla bolla.”

“E da dove si esce?”

“Dalla porta!”

“Mi prendi in giro?”

“No. Dobbiamo cercare una porta.”

“Come fosse facile… Ti sei guardato intorno? Ci sono case ovunque… Quale porta?”

X non rispose e fece segno all’altro di seguirlo.

Superarono correndo le case e raggiunsero dei campi abbandonati, dove l’erba era cresciuta molto alta. Lì l’agente X si fermò e iniziò a guardarsi intorno. “Dovrebbe essere qui”, disse.

“Una porta in mezzo all’erba?”, fece Artemius.

X sollevò gli occhi al cielo: “Non è la porta di una casa!”, disse.

“E che cos’è allora?”

“Un buco!”

“Un buco? Nella… terra?”

“No, nell’acqua… La smetti di fare domande cretine?”

X scrutò l’orizzonte, o quello che ne rimaneva: la bolla aveva inghiottito quasi tutto. Le montagne, il cielo, il sole… non esistevano più. La luce che permetteva ai due fuggitivi di vedere proveniva dalla bolla stessa, e più questa collassava, più la luce diventava intensa.

Iniziava ad alzarsi un vento forte e il rumore della distruzione spazio-temporale si faceva sentire, sempre più vicino. Presto sarebbe diventato assordante.

“Hai sentito?”, disse X, “la bolla collassa alla velocità di un metro al secondo! Dobbiamo muoverci!”

“Che devo fare?”, chiese Artemius.

A quel punto, però, X dovette alzare la voce per farsi intendere: “Cerca uno spiazzo di terra tra l’erba!”, gridò, “dev’essere lì! Intorno alla porta l’erba non cresce!”

Cercarono dunque in mezzo all’erba, mentre il rumore generato dal movimento della bolla diventava insopportabile. All’orizzonte, gli alberi si staccavano dal suolo uno dopo l’altro e sparivano in un vero e proprio nulla cosmico.

“Ehi!”, gridò all’improvviso Artemius indicando la terra di fronte a lui.

Raggiunto il compagno, X si chinò per terra, dove vide una debole lucina azzurra. Subito si mise a scavare tutto intorno con entrambe le mani. “Aiutami!!!”, gridò.

Artemius e X scavarono a mani nude, con la forza della disperazione, e in men che non si dica, il diametro del buco si era esteso abbastanza da consentire il passaggio di una persona.

“Andiamo!”, gridò l’agente.

“X, dove finiremo?”, gridò l’altro.

“Ovunque è meglio di qui!”, rispose X, e saltò nel buco azzurro.

Il vento era diventato fortissimo; la luce accecante. Ogni cosa lì intorno venne attratta dal campo di forza che si restringeva inesorabilmente. Artemius saltò dentro la porta appena in tempo.

Qualche istante dopo, lo spazio-tempo collassò in un unico singolo punto.

 

Zero Alfa: Capitolo 14

Un asso nella… scarpa

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

“Bravo!”, disse ironico Artemius una volta che Max fu uscito. “Adesso non solo quell’idiota può modificare un nodo Alfa, ma può anche distruggere la Fondazione!”

“Rilassati”, rispose X. Si tolse quindi una scarpa e la spinse un pochino alla sua destra.

“Rilassati?”, ripeté Artemius, ancora più agitato, “RILASSATI??? Siamo legati come salami, c’è una bolla che fra un po’ ci scoppia in testa disintegrandoci… e tu mi dici rilassati?”

L’agente X provò a sbilanciare il proprio corpo per far cadere a terra le due sedie. Aveva calcolato che la sua faccia sarebbe atterrata esattamente davanti alla scarpa. Il primo tentativo, però, andò a vuoto. Il peso di Artemius era eccessivo; bisognava che si sbilanciasse pure lui per ottenere qualcosa.

“Se invece di lamentarti mi dessi una mano…”, lo rimproverò.

“Ma che stai facendo?”, chiese il barbone.

“Smettila di fare domande e aiutami!”

Con un tonfo sordo, le due sedie caddero a terra.

“Ahia!”, si lamentò Artemius. “Agente, giuro che alla fine di questa storia me la paghi!”

I calcoli di X erano corretti. Il suo viso atterrò a pochi centimetri dalla scarpa. Avvicinò dunque la bocca al cuoio e con i denti riuscì a ribaltarla; ne scivolò fuori una piccola piastra metallica bianca.

“Si può sapere che stai facendo?”, chiese Artemius, che non poteva vedere cosa stava combinando il suo partner.

X avvicinò la bocca alla piastra e gridò: “Attiva!”.

“Cosa?”, domandò Artemius, convinto che X stesse parlando con lui.

Una vocetta femminile disse: “Richiesta password vocale.”

“La rosa attende alla fine della strada”, rispose l’agente.

Qualche istante dopo, la vocetta si fece risentire: “Password vocale corretta. Buongiorno Agente X otto-cinque, come posso aiutarla oggi?”

“Giny, amica mia…”, disse X, “Abbiamo un problema qui. Devi tirarci fuori da questa situazione!”

Un fascio verde attraversò X e Artemius mentre la vocetta diceva: “Analisi del problema in corso…”.

Qualche istante dopo, Giny gracchiò: “Problema analizzato. Inizio fase risolutiva.”

X tirò un sospiro di sollievo e commentò: “Brava la mia ragazza!”.

La piccola piastra bianca si sollevò da terra, fece un giro intorno alle due sedie ribaltate e si avvicinò alle corde che legavano X e Artemius, le quali vennero istantaneamente bruciate da un raggio rosso. Finalmente liberi, i due si alzarono in piedi. Giny compì un paio di giri intorno alla stanza per poi posarsi sul palmo della mano di X.

“Ehi!”, esclamò Artemius indicando la piastra, “forte quella roba.”

“Questa non è una roba!”, lo redarguì X, “si chiama Giny e mi ha salvato la vita più di una volta.”

“Brava ragazza allora… Adesso, però, se non ti dispiace, gradirei uscire da qui.”

Con un balzo Artemius raggiunse la porta e l’aprì; stava per uscire, ma si bloccò. Tutto tremante, si voltò verso X, gli occhi sgranati.

“Cosa c’è?”, chiese l’agente.

“Cosa non c’è”, precisò l’altro.

X non sapeva se essere preoccupato o semplicemente curioso. Scansò il compagno ed uscì dal garage. Quello che vide lo fece rabbrividire. Max Barr non stava scherzando.

Zero Alfa: Capitolo 13

Mele marce

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

Non fecero in tempo ad uscire dal bar, perché entrambi all’improvviso si sentirono mancare. Le voci intorno a loro, da brusio divennero un rumorino impercettibile, poi il buio avvolse ogni cosa.

Quando la luce riapparve, l’ambiente era cambiato. Adesso stavano in un vecchio garage, dove l’odore di muffa e stantio era quasi insopportabile. Erano seduti su due sedie, legati schiena contro schiena, prigionieri.

“Buongiorno!”, disse ironica una voce.

Max Barr si avvicinò piano all’agente X tenendo in mano il suo cappello bianco.

“Non dovresti lasciarlo in giro”, disse guardando il cappello, “qualcuno potrebbe rubartelo”. Quindi se lo mise in testa e, nel farlo, avvicinò la faccia a quella dell’agente. “Come mi sta?”, chiese.

“Male”, rispose X.

“Sai”, disse ancora Max allontanandosi di qualche passo, “mi sembra strano che la Fondazione non sia ancora riuscita a prendere quel… com’è che si chiama? Artemisio, Artemisu…”

“Artemius”, rispose il diretto interessato. Max allora si rivolse direttamente a lui.

“Ah… già!”, esclamò, “Artemius il fuggitivo! O dovrei dire Artemius il vigliacco… Perché conosciamo tutti la tua storia, no?”

Il barbone iniziò ad agitarsi.

“Oh! Ma stai tranquillo, piccolo Arty”, lo schernì ancora Max, “i tuoi segreti moriranno con te. Fra poco sarà tutto finito.”

“Che vuoi fare, ucciderci?”, chiese X.

“Non proprio. Non si possono uccidere dei viaggiatori speciali come voi due. E poi siete miei ospiti. Per voi ho preparato una festa d’addio… speciale”, e dicendo l’ultima parola fece un ampio gesto con le mani, poi aggiunse: “Facciamo un gioco: l’omino bianco mi dice dove – e quando – si trova la stazione della Fondazione Tempo e io vi dico come uscire dalla bolla intertemporale in cui siete immersi”.

“Bolla?”, chiese Artemius confuso, “quale bolla?”

“C’è un campo di forza sopra le vostre teste”, spiegò Max: “In questo momento sta collassando e fra circa…”, guardò il bracciale bianco che aveva al polso, “meno di venti minuti questa linea temporale collasserà del tutto.”

“Stai bluffando!”, sbottò X, “non puoi avere l’accesso alle mele marce.”

“Le mele marce?”, chiese Artemius, sempre più confuso.

Max Barr scosse la testa: “Non gli hai detto delle mele marce?”, disse, “Ah già, è vero! Gli agenti non possono riferire i segreti della Fondazione… giusto?”

“X!”, sbottò Artemius, “di cosa diavolo sta parlando?”

“Le mele marce sono linee morte”, rispose X. “Volevi sapere cosa facciamo con i nodi Zero Alfa, no? Beh, li distruggiamo, li facciamo collassare assieme a tutta la linea temporale.”

“Già”, confermò Max, “creano un campo intertemporale intorno al nodo Alfa e lo estirpano come si faceva in tempi barbari con il cancro.”

“Ma così ammazzate migliaia di persone innocenti!”, fece Artemius rabbioso.

“Decine…? Milioni!”, precisò Max. “Ma di che ti sorprendi? Tu stesso hai causato lo strappo su un paio di nodi Alfa.”

“X… è vero?”, chiese Artemius preoccupato. L’altro non rispose. “Perché non me l’hai mai detto?”, ma l’altro tacque ancora.

Max si tolse il cappello e lo mise in testa all’agente. “Adesso basta!”, disse infine, “ho bisogno delle coordinate della Fondazione. Se non me le dai tu, le recupero in altri modi, ma voi due non vedrete mai più la luce del sole, questo è sicuro”.

“Stai bluffando!”, ripeté X, “non puoi averci portato su una mela marcia. Solo gli agenti possiedono le coordinate dei nodi Alfa.”

“Già…”, disse Max, “e le tengono memorizzate in un cerebracciale come questo, giusto?”, mostrò un braccialetto bianco identico a quello che lui portava sempre al polso.

“Quello dove l’hai preso?”, chiese X, sorpreso.

“Te l’ho detto…”, rispose Max, “devi avere più cura delle tue cose. Se non ti dispiace, lo prendo in prestito io. Posso?”. Non aspettò risposta e se lo mise al polso sinistro. “L’unico problema”, continuò poi, “è che le coordinate che più mi interessano, quelle della Fondazione, non ci sono. Immagino lo facciate per la sicurezza, giusto? Devo dedurre che ogni agente le memorizzi direttamente nella propria testa…”

“Non le avrai mai!”, gridò X agitandosi sulla sedia.

“Se è così…”, disse Max muovendosi verso l’uscita, “la vostra coincidenza intertemporale passa fra meno di quindici minuti. Preparate i bagagli e buon divertimento!”

“Aspetta!”, gridò X. “D’accordo… ti darò quello che vuoi.”

“X!”, intervenne Artemius voltandosi verso l’agente, “ma sei impazzito?”

“Bene”, fece Max compiaciuto, “iniziamo a ragionare.”

 

Zero Alfa: Capitolo 12

Strappi nel tessuto temporale

Illustrazioni: Elettra Casini
Testi: Enrico Matteazzi

Artemius guardò l’agente X dritto negli occhi: “Allora”, disse, “cos’hai cambiato? Perché hai interferito con gli eventi anticipandoli di un anno?”.

Avevano scelto un bar molto frequentato, nel quartiere di Brooklyn. Il caos e il chiacchiericcio permise loro di parlare senza essere ascoltati, o anche solo notati.

L’agente X giocherellava con un bicchiere di whisky mentre Artemius gli rivolgeva una domanda dopo l’altra. Avrebbe dovuto non rispondere, ma arrivati a quel punto, sentiva di non avere altra scelta.

“Marvin Richardson e Cristina Patterson sono fondamentali per il futuro del mondo”, spiegò X, “il legame tra quei due è così potente da influenzare questa e tutte le altre linee temporali. Max Barr vorrebbe impedire che questo legame si formi, così ha causato uno strappo.”

“Uno strappo?”, chiese Artemius, un po’ confuso.

X iniziò a tracciare dei segni sul tavolino nel tentativo di farsi comprendere: “Vedi, quando qualcuno viaggia indietro nel tempo altera il naturale corso degli eventi e crea una linea nuova temporale.”

“Sì, questo lo so anch’io”, ribatté Artemius.

“Bene”, continuò X, “ora seguimi. La nuova linea temporale non viene rilevata dalla Fondazione fino a che il viaggiatore non modifica la storia in modo sensibile. Se e quando ciò accade, la Fondazione rileva un vero e proprio strappo nel tessuto temporale.”

“Detta così sembra una cosa da aggiustare.”

“Beh… tecnicamente lo è!”

“E come la aggiustate?”

“Ci sono due alternative: se lo strappo riguarda un nodo secondario è facile: rintracciamo il viaggiatore, lo arrestiamo e lasciamo che la nuova linea temporale faccia il suo corso.”

“Bene, ma nel caso di un nodo primario?”

“Per un Punto Zero…? C’è la seconda opzione: se non riusciamo a intervenire in tempo, la linea viene classificata come corrotta e la buttiamo via.”

“La buttate via?”

“Sì, no… insomma, la abbandoniamo al suo destino.”

“Scherzi?”

“No. Ce sono centinaia. Dovresti saperlo, alcune le hai corrotte tu!”

“Ma credevo che qualcuno le rimettesse a posto.”

“Non si può ricucire uno strappo in stadio avanzato. Se cambi un nodo Zero, crei un’altra linea temporale. E se neppure quella andasse bene? Immagina: rischieresti di creare un labirinto di cambiamenti senza fine. No… l’unico modo è intervenire mentre il viaggiatore sta alterando gli eventi. Altrimenti: ciao linea temporale!”

Rimasero in silenzio qualche secondo. Artemius era sprofondato in pensieri oscuri. Si rese conto di quanto era stato sciocco. Aveva ragionato per i propri interessi personali, senza sapere che ogni volta che una linea temporale si corrompeva, un futuro veniva distrutto. Guerre, pestilenze, morti per malattia… chissà cosa poteva succedere alterando il corso naturale degli eventi.

“Cosa succede se si altera un nodo Zero Alfa?”, chiese ad un certo punto.

“Non è mai successo.”

“Sta succedendo, mi pare. Che si fa in questo caso?”

X non aveva sentito l’ultima domanda; era stato distratto da una macchia scura in fondo al locale. Si muoveva come un fantasma, appariva e spariva.

“Agente X…”,  lo richiamò Artemius, “X!!!”

L’uomo bianco scattò in piedi all’improvviso. Sudava freddo.

“Usciamo di qui!”, disse, “subito!”

 

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