Concorsi, come affrontarli?

AvatarCiao a tutti!

Durante la settimana mi sono occupata di varie cose ma non riuscivo a trovare un argomento di cui parlare quest’oggi… E allora mi sono detta, mi sto occupando di un concorso di disegno al momento, e nessuno parla dei concorsi nello specifico, credo… perché non farlo io allora?

Vai con la Karumi vanitosa!

Allora, come sapete, io sono una fumettista ed illustratrice alle prime armi (c’è gente che raggiunge un discreto successo dopo anni ed anni di lotta perpetua…), nel senso che ho studiato ma ancora non sono riuscita a farmi conoscere completamente oppure a pubblicare tramite una casa editrice.


La prima regola in questo mestiere…

…è far vedere a più persone quello che sai fare: più persone vedono il tuo lavoro più facilmente il lavoro verrà da te (wow! Bella questa frase, la aggiungo alla raccolta dei miei aforismi).

Frequentare le varie fiere del fumetto e dell’illustrazione (avvedo un banchetto proprio oppure andandoci da visitatore), mostrare il proprio portfolio (praticamente una raccolta di tutte le tue migliori opere) agli editori e partecipare a concorsi è l’abc.


Le fiere penso le conosciate ma per i profani eccone un paio.

Le più famose in Italia sono senza ombra di dubbio il Lucca Comics and Games, una delle fiere più grandi del mondo, Cartoomics di Milano, Romics, Treviso Comics, Mantova Comics, Comic Con di Napoli, Etna Comics, ecc.

Un giorno il Be Comics della mia città diventerà una fiera importante, ne sono sicura 🙂

Mondialmente i più conosciuti sono il Comic Con di San Diego negli States ed il Comiket di Tokyo. A livello europeo sicuramente è giusto citare la fiera francese del fumetto di Angoulême, molto importante sopratutto per i concorsi proposti agli autori del fumetto internazionale.


Eccoci al punto del discorso di oggi!

Concorsi!

I concorsi sono un buon metodo per mettersi in gioco e dimostrare le proprie capacità ma anche sicuramente per acquisire maggiore visibilità.

Come trovare i concorsi?

Mr Google, Progetto giovani, circoli di artisti della propria città o regione, associazioni culturali, fiere oppure gruppi su Facebook , Instagram, ecc di artisti.

Iscriversi a più newsletter possibili è un buon inizio e usare i social in modo produttivo pure.

Ma… vincere i concorsi è essenziale?

Beh… no.

concorso

Ovvio che vincere al primo colpo sarebbe una cosa meravigliosa, nessuno disprezzerebbe la gloria, la fama, i soldi facili e fenomenali poteri cosmici in uno minuscolo spazio vitale!

Insomma sarebbe il sogno di tutti! Ma non funziona così…il fallimento esiste ed è necessario.

Per quanto non sia facile mandare giù la sconfitta, bisogna sempre tirarsi su e continuare a combattere! Bellissima e di ispirazione è la canzone di Fiorella Mannoia “Combattente”, “…chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso”, “E in questa lacrima infinita , c’è tutto il senso della vita”.

Un’altra cosa che spesso fa arrabbiare sono i “no” dei concorsi senza ricevere nessuna critica o motivazione chiara.

Purtroppo molto spesso accade questo ed anche comprensibile (magari non hanno il tempo materiale per rispondere a tutte le persone del concorso… immaginatevi ad esempio 300 concorrenti XD) bisogna imparare a conviverci anche in questi casi. Fatto un concorso mettersi il cuore in pace e dirsi “quel che è fatto è fatto!”, ” non ci penso più e vado avanti”. Per non parlare del gusto personale, la soggettività dei giudici. Potrai avere tutta la tecnica del mondo ma se la tua arte il tuo modo di esprimerti con colori, chine e graffite non piace ad una persona non puoi farci nulla, e sicuramente cambiare te stesso non è la soluzione.

Per essere artisti e vivere di questo, necessitiamo il giudizio degli altri per migliorare e crescere. Ovviamente di quello costruttivo e non quello denigratorio, fa parte della vita anche il saper distinguere le due fazioni. Non è facile accettare le critiche, io stessa sto imparando ma so che non lo è facile per nessuno. Ed anche il non essere apprezzati fa male.

Accettare i no, non è facile…

…sopratutto se ne ricevi tanti, uno dietro all’altro, ma comunque ciò che conta davvero è perseverare ed insistere, senza ansia ma neanche senza pigrizia.

Un giorno ciò che si desidera bussa alla nostra porta quando meno ce lo aspettiamo. Pure io sono come voi, lettori desiderosi di fare della vostra passione una professione. Sappiate che non sarete mai soli in questa lotta. We fight together! Come la quattordicesima sigla iniziale giapponese dell’anime One piece di Eiichiro Oda.

Nel frattempo mi esercito col disegno digitale 🙂 dove ammetto di avere difficoltà! Ma eccovi uno schizzetto fatto in 10 minuti!

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Tchau dalla vostra Karunerd!

Videogame o giochi da tavolo?

AvatarMeglio… Dixit!!!

Ciao a tutti!

La vostra Karumi è tornata!

Oggi non parlerò di animazione (nooo *i fan prendono le torce e i forconi*). Calma! Non linciatemi, magari ne riparleremo più avanti!

Magari quando uscirà un certo film atteso quest’anno *cof cof* The Incredibles 2 con il ritorno di Brad Bird alla regia*cof cof* , che io avrò il piacere di vedere in anteprima in Brasile a giugno. Per cui vi farò una recensione a caldo senza spoiler più avanti.

Comunque, tornado al nostro argomento di oggi, vi svelerò uno dei miei segreti: io non sono un’amante dei giochi e dei video giochi. Ecco! L’ho detto.

Fermi! rimettete via i forconi!

Eh, sì! Fin da piccola non mi hanno mai appassionata. Ho giocato ogni tanto alla Playstation a casa di amici e parenti ma non mi ha mai suscitato la voglia di volerne una tutta per me.

Strano ma vero! L’unico che avrei voluto avere per provarlo era il Game Boy ma i miei genitori, ritenendolo troppo costoso, non me lo comprarono. Forse sono una dei pochi esemplari degli anni ’90 a non averci mai giocato. Sono una specie rarissima! Preservatemi!

L’unico game station che è riuscita a rendermi partecipe è stata la Wii, sempre di alcuni amici, con Just dance e Wiisport ah, ah, ah! Forse mi piacciono di più i giochi dove ti muovi.


I giochi da tavolo? Sì, ma solo se è DIXIT! 😀

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I giochi da tavolo li ho sempre trovati un po’ noiosi o troppo complicati  – esempio: Dungeons and Dragons – perché quando gioco desidero rilassarmi e non complicarmi la vita (che è già complicata di suo ah, ah, ah! 😀 ). Questa è la mia opinione personale, ognuno è libero di fare ciò che vuole e ciò che gli piace 🙂

Sono una sempliciotta e ne vado fiera!

Beh, ecco. Dopo tanti anni a non amare i giochi ne ho trovato uno che mi ha preso finalmente! E… udite udite: l’ho pure comprato! Si tratta di Dixit, un gioco da tavolo francese con delle illustrazioni bellissime!! Vincitore di numerosi premi internazionali come miglior gioco per famiglie ( anche al Lucca Comics del 2010) Dixit è nato dalla mente di Jean-Louis Roubira, con le immagini realizzate dai pennelli di Marie Cardouat.

Ma come funziona questo gioco?

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I giocatori devono essere minimo 4/5 (anche tre ma si è in pochini) e ognuno deve avere 6 carte. L’obiettivo del gioco è quello di dire ciascuno a turno una frase, una parola o addirittura un verso che riguardi una delle carte del mazzo.

Gli altri giocatori dovranno scegliere una carta dal loro mazzo e darla al “narratore” che dovrà mischiarle e metterle tutte a mostra sul tavolo. Gli altri dovranno cercare di indovinare la carta del narratore sapendo già che una delle carte sul tavolo è la loro.

Dopo un count down di 3 secondi, ognuno dovrà scegliere quale secondo lui è la carta giusta e chi avrà indovinato riceverà 3 punti.

Prendendo punti si muoverà nel cartone dei punteggi la propria pedina, un simpatico coniglietto colorato, e vincerà chi riceverà più punti e sarò il primo a raggiungere il traguardo nel cartone segna punti.

Poi c’è da dire che chi sceglie la carta sbagliata regala un punto al proprietario della carta, perché è stato in grado di ingannare gli altri concorrenti.

Facile, intuitivo ma sopratutto illustrato! Mi ha conquistata subito!!! E dopo averci giocato da un amico, l’ho acquistato online! Ed ora il compito più arduo sarà convincere la mia famiglia a giocarci, ah, ah, ah!!! 😀 Forse non è un caso che non sia amante dei giochi, eh?!

Le illustrazioni sono una più bella dell’altra!

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Provare per credere! Alcune ricordano palesemente dei libri o dei film (Harry Potter,ecc) mentre altre sono più astratte nei contenuti. Dei gioiellini!

Buona settimana giocosa a tutti!

Tchau!

Cosa c’è dietro a… Coco?

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Ricordatemi, anche quando non sarò più qui…

Ciao a tutti!

Eccoci al nostro incontro settimanale “animoso”!

La settimana scorsa abbiamo viaggiato in Giappone alla scoperta dello Studio Ghibli mentre quest’oggi parleremo di un altro studio d’animazione dall’altra parte del mondo che quasi ogni anno sforna un film più bello dell’altro (certo anche con alcune eccezioni…ne parleremo in un altro post).

Rullo di tamburi… Lo studio della lampadina salterina, lo studio dei giocattoli viventi, lo studio delle macchinine parlanti, lo studio del pesce pagliaccio più famoso dell’universo…lo Studio PIXAR!

Nato dalla collaborazione principalmente tra John Lasseter e Steven Jobs, è stato il primo studio d’animazione a realizzare un film interamente con la tecnica di animazione in CGI (computer-generated imagery) cioè quella che oggi tutti conoscono come l’animazione in 3D.

Ed indovinate un po’ quale film fu?

Ci siete andati vicini? Toy Story ma certo! Nel 1995 uscì nelle sale il primo capitolo della trilogia del cowboy e dello space ranger “verso l’infinito ed oltre” più conosciuti dai bambini e non, che cambiò il modo di fare cinema d’animazione per sempre, nel bene e nel male.

toystory

Cito alcuni (ma se li conoscete tutti dai!) dei film più noti dello studio che in questi anni ci hanno emozionato e divertito: Monsters & Co, Alla ricerca di Nemo, Gli incredibili, Cars, Ratatouille, Wall-E, Up, Inside Out, ecc e poi non dobbiamo dimenticarci dei corti che precedono i lungometraggi al cinema, gioiellini davvero preziosi.

Oggi in particolare parlerò dell’ultima fatica dello studio ossia Coco, regia di Lee Unkrich, lo stesso di Toy Story 3, che ci immerge completamente nella cultura dei buritos e dei nachos, dei sombreri e dei mariachi, nella variopinta e vivace cultura messicana ma nello specifico quella del “Dia de los Muertos”.

Proveniente dalla tradizione precolombiana fusasi poi con quella cristiana, è la giornata in cui vengono commemorati i defunti (il nostro “Giorno dei Morti” per l’appunto), in cui le famiglie per celebrare il “ritorno” delle anime dei loro cari in visita nel mondo dei vivi espongono in un altarino le loro foto ed i loro oggetti più amati in vita con le ofrendas, regali per loro. La morte non viene vista come la fine di tutto con tristezza ed angoscia bensì viene vista come passaggio da festeggiare con allegria e letteralmente da “colorare” con fiori, musica e fuochi d’artificio che adornano il cielo.

Il protagonista del film è Miguel, un ragazzino di dodici anni da sempre appassionato di musica e da sempre grande fan del più grande musicista del Messico Ernesto de la Cruz. Il suo sogno nel cassetto è quello di diventare un giorno famoso come il suo idolo che oltre ad aver scritto e cantato le sue canzoni ha addirittura recitato in parecchi film (volando addirittura ah, ah, ah!). Andrebbe tutto a gonfie vele se non fosse per la famiglia di Miguel, i Rivera, calzolai da generazioni che però detestano e ripudiano tutto ciò che riguarda la musica per avvenimenti accaduti nel passato. Così Miguel nella giornata appunto dedicata ai morti, volendo partecipare a tutti i costi contro la volontà della famiglia ad una competizione musicale, si ritroverà catapultato direttamente nel mondo delle anime dove incontrerà la sua famiglia ed un personaggio alquanto bizzarro chiamato Hector. Solo l’incontro con Ernesto potrà essere a sua salvezza…

Graficamente di qualità come solo la Pixar sa fare…

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…e con una cura maniacale nei dettagli da farci veramente credere di vivere in uno realistico Messico, possiamo vedere quanto il team di creativi si sia documentato a dovere. Infatti in ogni attimo della pellicola si respirano lo spagnolo (pure nel linguaggio dei personaggi che parlano praticamente Spanglish o Italiagnolo nel nostro caso) , la musica tradizionale messicana come la Llorona, oppure le Alebrijes, spiriti-guida animaleschi raffigurati in statuette come oggetti di artigianato.

La musica originale del film Coco

…coinvolge ed emoziona, principalmente la canzone vincitrice dell’Oscar come miglior canzone originale, Remember me, “ricordami”, una canzone che cambia a seconda del mood in cui viene cantata ed il motivo per cui viene cantata da farla sembrare diversa in ogni occasione.

Coco è un inno al ricordo ed all’affetto della famiglia che superano di gran lunga l’importanza della carriera e della gloria.

Quindi… Consigliata la visione?

Assolutamente si!

Vi lascio con un quesito…come mai si chiama Coco il film? Potrete rispondere alla domanda solo dopo aver visto il film 🙂  E tornate a dirmelo, mi raccomando!

Tchau! O Hasta luego in questo caso 😉

Le cronache di Chihiro, la strega, il drago e le terme

Ciao a tutti!Avatar

Karumi è tornata! Come state?

Avete voglia di un po’ di animazione per condire il vostro venerdì sera? Eccovi serviti!

Quest’oggi pensavo di dirvi la mia su un altro film animato dello Studio Ghibli, forse il più famoso, creato da quella mente geniale di Hayao Miyazaki, cioè Sen to Chihiro no kamikakushi, ossia traduzione letterale in italiano in ‘la sparizione di Sen e Chihiro causata dai kami’ ma semplificata in “La città incantata”.

Il termine “kamikakushi” significa, come scritto prima, “sparizione causata da un dio/dagli dei“.

kami infatti sono le divinità venerate dal culto Shintoista che appartengono principalmente al mondo naturale quali fauna, flora, astri e condizioni atmosferiche.

Le volpi giapponesi kitsune  ad esempio , che appaiono in un sacco di anime, secondo il folklore ammaliano gli uomini trasformandosi in bellissime donne e sono devote al kami Inari, dio (in alcune versioni dea) della fertilità e del riso.

Per cui secondo la tradizione popolare giapponese se un individuo sparisce nel nulla e poi ritorna magicamente è stato “rapito” dai kami. Ed è quello che capita alla protagonista di questo film.

 

Chihiro è una bambina di 10 anni che sta affrontando un trasloco con i genitori, ma venendo attratti da quello che sembrerebbe essere un vecchio parco dei divertimenti abbandonato finiscono col entrare in una città fantastica apparentemente deserta ma in realtà abitata da spiriti tra cui uno strano ragazzino che le dice di scappare.

I genitori della ragazzina  si nutrono senza permesso del cibo preparato per gli spiriti venendo così trasformati in maiali.  Da quel momento in poi Chihiro, grazie all’aiuto del ragazzo drago Haku ed altri personaggi, dovrà riuscire a conquistarsi la libertà sua e dei suoi genitori lavorando nelle terme della strega Yubaba che per tenerla in pugno le ruba parte del suo nome ribattezzandola Sen (cosa che si capisce solo conoscendo l’alfabeto kanji giapponese T^T che io ancora disconosco bueeh)

La città incantata” ci catapulta in un mondo fantastico popolato da spiriti erranti ed affascinanti figure folkloristiche giapponesi quali Kamaji, lo schiavo delle caldaie, lo spirito del ravanello, il kami del fiume, talmente sporco perché inquinato dagli umani, ed il “mitico” spirito Senza volto, uno dei tanti personaggi miyazakiani che non sono malvagi fino in fondo (anche se in parecchie scene fa davvero inquietudine brrr).

La musica di Hisaishi

Come sempre, la musica di Joe Hisaishi (l’idolo delle folle, ricordate? Odo le fan che lanciano i reggiseni!) segue perfettamente la vicende del film specialmente durante la scena senza dialoghi del viaggio nel treno sull’acqua dove Chihiro vi sale per incontrare la strega gemella di Yubaba  e così riuscire a salvare il suo amore Haku. Una scena così particolare e misteriosa; non viene spiegato esattamente dove porti questo treno e dove vadano gli spiriti al suo interno. Proprio per questo penso sia bellissima! Vanno in paradiso? Eppure, perché sembrano tristi…?

Miyazaki san ci lascia libera interpretazione e questo penso sia un regalo meraviglioso da parte sua! Perché la poesia non la si spiega la si sente!

Bellissime le scene di volo di Haku…

…quando è trasformato in drago, fluido come l’acqua non a caso, sopratutto in una delle scene finali dove insieme a Chihiro si ritrovano a volare in un momento toccantissimo che rivelerà il segreto celato dietro il loro legame.

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Poi è così bello vedere quante figure femminili importanti ci siano in questo film: Chihiro stessa all’inizio viziata ma poi coraggiosa, ma anche Rin, la ragazza che finisce col affezionarsi alla bambina, e la stessa maga Yubaba, dalla testa spaventosamente grande ma che in realtà è una nonnina che vizia a sua volta in suo bambino 😉

Come in una specie di Alice in Wonderland nipponico seguiamo la nostra beniamina nel suo viaggio onirico per salvare i suoi genitori ma che alla fine come in ogni viaggio dell’eroe che si rispetti servirà principalmente per cambiare se stessa.

L’affrontare le difficoltà con la sola forza di volontà ed il coraggio.

Ah! Ultima cosa! Ci tengo a precisare che codesto film è stato l’unico film giapponese a vincere l’Oscar come miglior film d’animazione! Quella statuetta starà sicuramente tenendo aperta una porta nello Studio ghibli ahaha

Quando sarà il prossimo film anime giapponese a vincere? Lo scopriremo solo vivendo 😉

Tchau!

Ciao, Isao Takahata…

AvatarCiao a tutti!

Questa settimana non sono stata molto in forma…

Ma la vita continua e chissà quali altre splendide notizie ed esperienze positive ci aspettano!

Il mondo dell’animazione lo scorso venerdì ha perso un grandissimo artista, ossia Isao Takahata. Mi risulta anche difficile scrivere di lui, non mi capacito ancora del fatto che non sia più tra noi… 😦

Chi era Isao Takahata?

Isao Takahata
Un giovane Isao Takahata (foto recuperata dal web)

Co- fondatore dello Studio Ghibli e collega del più noto maestro Hayao Miyazaki, Takahata san è stato il padre di grandi serie televisive e film animati giapponesi molto noti ed amati.

Il suo film più conosciuto è La tomba delle lucciole (o Una tomba per le lucciole, a seconda dell’adattamento italiano), un film davvero struggente (se avete il cuore debole e la lacrima sgorga a fiumi, sconsiglio la visione!) che racconta la storia di un ragazzino quattordicenne e la sorella più piccola (Imouto, sorella minore in giapponese, ve lo insegno un po’?) nell’intento di sopravvivere in un Giappone devastato durante la seconda guerra mondiale.

La cruda realtà del conflitto atomico e la condizione di coloro che soffrirono nel perdere tutto, vengono raccontate magistralmente, anche attraverso una colonna sonora terribilmente triste. Vi sfido a sentirla! Non vi racconto il resto sennò finisco con lo spoilerarvi tutto.

Altri film del regista sono Omohide poro poro (americanizzato in Only yesterday e in italiano Pioggia di ricordi) dove ci viene mostrato il rivivere della propria infanzia di una donna sulla trentina, Pom Poko, la battaglia tra natura ed uomo attraverso gli occhi degli animali trasformisti Tanuki e la storia di una “normale” famiglia giapponese, I miei vicini Yamada.

Le serie animate più importanti che voglio ricordare di lui sono la famosissima Heidi che ha accompagnato l’infanzia di tutti, con le sue belle atmosfere di montagna, il cagnone morbidoso Nebbia ed il pane col formaggio del nonno così squisitamente delizioso. Anna dai capelli rossi, serie di cui ammetto di aver seguito poco, ma la cui esistenza ha comunque segnato la vita di molte ragazzine degli anni 80. Con un solo grammo di felicità, vorrei ben vedere!

Ma il suo film che mi ha fatto emozionare talmente tanto da mandarmi a mollo in brodo di giuggiole per la gioa e la meraviglia è indubbiamente La storia della principessa splendente. Il film è tratto dalla storia della Principessa Kaguya venuta dalla luna, antico racconto popolare giapponese chiamato Taketori monogatari.

Con la splendida colonna sonora di Joe Hisaishi (Ti amiamo Joe, idolo delle folle! 😀 ) vediamo il nascere e il crescere (molto velocemente) di Gemma di bambù, bambina apparsa all’interno di una canna di bambù per l’appunto ed allevata come figlia da una coppia di anziani. Col passare del tempo la sua bellezza diventa famosa in tutto il paese da attirare l’attenzione di parecchi pretendenti tra cui addirittura il Mikado, l’imperatore. Ma più essa si allontana dalla terra natia e dalla spensieratezza della sua infanzia, più la tristezza l’affligge ed a contribuire c’è anche un misterioso ricordo malinconico celato in una canzone che lei sembra conoscere da addirittura prima di nascere. Maware maware maware….

La tecnica di animazione del maestro Takahata in questo film

…è volutamente ispirata alle illustrazioni ad acquerelli, dove il segno è sottile ed i colori tenui facendoci subito entrare in un’atmosfera fiabesca. Le movenze fluide ed articolate, e la cura per i dettagli della natura tra fauna e flora, fanno di questo film un gioiellino per gli occhi.

Le mie scene preferite sono quella che io chiamo La corsa della rabbia, dove l’animazione si sporca, si deforma aggressivamente, la furia traspare violentemente, ed il Volo dell’amore (che mi ha ricordato un po’ quello in Omohide poro poro, anche lì l’innamoramento viene mostrato tramite un volo) dove l’unione di due personaggi ed il loro amore rivelato (anche se non a parole esplicite, ma dite che sia davvero necessario dirlo?) spicca letteralmente il volo sorvolando sopra ogni cosa tranne la luna; non a caso è l’elemento che insegue la nostra protagonista per quasi tutto il film. Una pellicola talmente bella graficamente che commuove (almeno a me ah, ah, ah! 😀 ) e lascia lo spettatore senza parole per la sua delicatezza e poesia visiva. Insomma un film da vedere!


Qui trovate due mie fan art…

 

Tchau e grazie Maestro!

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