Sul filo di una fiaba da inventare – puntata 2

Capitolo 1: La locanda del Poveraccio

Allora Leonardo, hai pensato a come potrebbe continuare la storia del mago senza poteri?

“No, perché l’altra notte alla fine mi sono addormentato pensandoci. E poi durante il giorno avevo troppo da fare.”

Capisco. Allora non ti resta che ascoltare. Che dici, continuiamo?

“Siii!!! Continuiamo la storia!”

Allora mettiti sotto le coperte! E mi raccomando, questa volta non interrompere.

“Ok.”

Dunque, dove eravamo rimasti? Ah, sì!


Il mago Belisarius camminava lungo il sentiero che portava al mare, costeggiando un suggestivo bosco di betulle.

“Perché betulle?”

Preferisci i pini?

“Mm… vanno bene betulle.”

Sì però adesso fa’ silenzio.

Allora, il mago Belisarius camminava lungo un sentiero che costeggiava un bosco di betulle. Presto avrebbe raggiunto il Mare della tranquillità, dove dimorava il vecchio saggio che aveva le risposte a tutte le domande.

La strada per arrivare alla capanna del vecchio saggio era piuttosto lunga e ben presto calò la notte e così il mago Belisarius decise di fermarsi a riposare alla locanda più vicina. Raggiunse quindi l’insegna del locale e lesse: La locanda del poveraccio. – Beh! Non promette bene come locanda – commentò.

Ad ogni modo era tardi per mettersi a cercare un’altra pensione, perciò decise di entrare. Varcata la soglia si trovò di fronte molti avventori seduti, intenti a fare le cose più disparate: chi giocava a carte; chi beveva birra; chi discuteva animatamente davanti a un calici di vino. La cameriera andava avanti e indietro portando grosse pinte di birra e ritirando i calici vuoti. Il pavimento era talmente sporco che i rimasugli di cibo avevano formato delle ripugnanti incrostazioni impossibili da eliminare anche con il detersivo più potente del mondo.

Con estremo senso di ribrezzo, attento a dove metteva i piedi, il mago Belisarius si avvicinò al bancone e si tolse il cappello. Stava per appoggiarlo sul bancone, ma si accorse che pure quello era lercio, perciò scelse di tenerlo in mano.

L’oste, un omaccione tarchiato praticamente privo di collo, dava le spalle al mago. In quel momento stava pulendo (sempre che si possa parlare di pulizia) dei calici sozzi.

– Buonasera! – fece Belisarius.

L’oste ci mise qualche secondo prima di girarsi. Quando lo fece, il suo sguardo si fissò sul cappello da mago che Belisarius teneva in mano.

– Qui noi non serviamo quelli come te – disse con fare rabbioso.

– E perché mai? – chiese Belisarius, stupito per quell’affermazione.

– Questi sono affari che non ti riguardano, mago.

– Mm… – mugugnò risentito Belisarius – avete almeno una stanza per dormire?

– Ho detto – e si avvicinò a Belisarius abbassando il tono fino al sussurro – che qui non serviamo quelli come te.

– Quindi che dovrei fare, andarmene?

– Se ci tieni alla pelle, sì.

“No, aspetta, aspetta!”

Sì Leonardo, cosa c’è adesso?

“Ma il mago se ne va così? Non fa neanche un incantesimo, che so… ipnotico contro l’oste?”

Ma il mago è senza poteri, non te lo ricordi più?

“Ah, già! È vero! Continua.”

Quindi il mago fece per andarsene, quando all’improvviso la porta della locanda si spalancò ed entrò un personaggio che attirò l’attenzione di tutto il locale. Indossava un mantello nero e in testa portava un cappello da cowboy. In bocca, un sigaro fumante; ai piedi, degli eleganti stivali in pelle.

– Johnny! – fece l’oste sorridendo al nuovo venuto. – Credevo fossi a caccia, stanotte. Dicono che ci siano in giro certi troll di caverna che…

– Non sono qui per i troll – lo interruppe Johnny senza nemmeno togliersi il sigaro di bocca. Poi indicò il mago Belisarius, il quale stringeva intimorito il suo cappello. – Sei tu il mago che si fa chiamare Belisarius?

– S-sì – rispose incerto il mago.

Johnny sorrise, si tolse il sigaro di bocca ed espirò del fumo. Poi avanzò lentamente. Nel frattempo nella locanda era calato il silenzio. Tutti guardavano il nuovo venuto aspettandosi il peggio.

– Ti stavo cercando, mago – disse Johnny. – Ho bisogno dei tuoi servigi.

Belisarius lo guardò torvo.

– I miei servigi? Per fare che cosa?

Ignorando la domanda, Johnny si rivolse all’oste.

– Barnabus, dai da mangiare a questo mago e preparagli una stanza per questa notte. Domattina avremo di cui parlare.

– Ma… – tentò di dire l’oste. Bastò però uno sguardo del cowboy per zittirlo.

– D’accordo – si arrese infine. – Ma è l’ultima volta che ti faccio un favore.

Johnny sorrise. Il mago invece era inquieto. Si domandava chi fosse quel tizio e che cosa volesse da lui. E poi, senza poteri, come avrebbe potuto aiutarlo? E, soprattutto, a fare cosa?


Ecco, il resto lo vediamo domani. Adesso, a dormire.

“Nooo! Voglio sentire come va a finire. Chi è questo Johnny e cosa vuole dal mago?”

Niente da fare. Il mago e Johnny sono andati a dormire. Ed è meglio che anche tu segua il loro esempio. Ho paura che dovrai attendere fino a domani per sapere come andrà avanti la storia.

“Accidenti!”

Intanto usa l’immaginazione e prova ad indovinare come andrà avanti la storia, così ti addormenti come l’ultima volta.

“D’accordo. Buona notte!”

Buona notte e sogni d’oro.

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