Zero Alfa: Capitolo 15

Corsa contro il nulla

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

Quando alzò gli occhi al cielo, l’agente X capì che Max aveva detto la verità. Si vedeva un alone azzurrognolo che avanzava verso di lui divorando la terra. Al suo passaggio, la bolla intertemporale lasciava il nulla.

X uscì dal garage e percorse un vialetto esterno che lo condusse fino alla strada principale. L’asfalto, pieno di buche e crepe infestate dall’erba, tagliava in due un quartiere residenziale abbandonato. Le piante infestanti la facevano da padrone deteriorando muri e infissi.

“Ehi!”, gridò Artemius al compagno. “Dove stai andando?”, chiese dopo averlo raggiunto, in mezzo alla strada.

“A cercare l’uscita”, rispose l’altro.

“L’uscita?”, chiese ancora Artemius, come sempre confuso.

“Max Barr mi ha detto come si esce dalla bolla.”

“E da dove si esce?”

“Dalla porta!”

“Mi prendi in giro?”

“No. Dobbiamo cercare una porta.”

“Come fosse facile… Ti sei guardato intorno? Ci sono case ovunque… Quale porta?”

X non rispose e fece segno all’altro di seguirlo.

Superarono correndo le case e raggiunsero dei campi abbandonati, dove l’erba era cresciuta molto alta. Lì l’agente X si fermò e iniziò a guardarsi intorno. “Dovrebbe essere qui”, disse.

“Una porta in mezzo all’erba?”, fece Artemius.

X sollevò gli occhi al cielo: “Non è la porta di una casa!”, disse.

“E che cos’è allora?”

“Un buco!”

“Un buco? Nella… terra?”

“No, nell’acqua… La smetti di fare domande cretine?”

X scrutò l’orizzonte, o quello che ne rimaneva: la bolla aveva inghiottito quasi tutto. Le montagne, il cielo, il sole… non esistevano più. La luce che permetteva ai due fuggitivi di vedere proveniva dalla bolla stessa, e più questa collassava, più la luce diventava intensa.

Iniziava ad alzarsi un vento forte e il rumore della distruzione spazio-temporale si faceva sentire, sempre più vicino. Presto sarebbe diventato assordante.

“Hai sentito?”, disse X, “la bolla collassa alla velocità di un metro al secondo! Dobbiamo muoverci!”

“Che devo fare?”, chiese Artemius.

A quel punto, però, X dovette alzare la voce per farsi intendere: “Cerca uno spiazzo di terra tra l’erba!”, gridò, “dev’essere lì! Intorno alla porta l’erba non cresce!”

Cercarono dunque in mezzo all’erba, mentre il rumore generato dal movimento della bolla diventava insopportabile. All’orizzonte, gli alberi si staccavano dal suolo uno dopo l’altro e sparivano in un vero e proprio nulla cosmico.

“Ehi!”, gridò all’improvviso Artemius indicando la terra di fronte a lui.

Raggiunto il compagno, X si chinò per terra, dove vide una debole lucina azzurra. Subito si mise a scavare tutto intorno con entrambe le mani. “Aiutami!!!”, gridò.

Artemius e X scavarono a mani nude, con la forza della disperazione, e in men che non si dica, il diametro del buco si era esteso abbastanza da consentire il passaggio di una persona.

“Andiamo!”, gridò l’agente.

“X, dove finiremo?”, gridò l’altro.

“Ovunque è meglio di qui!”, rispose X, e saltò nel buco azzurro.

Il vento era diventato fortissimo; la luce accecante. Ogni cosa lì intorno venne attratta dal campo di forza che si restringeva inesorabilmente. Artemius saltò dentro la porta appena in tempo.

Qualche istante dopo, lo spazio-tempo collassò in un unico singolo punto.

 

Zero Alfa: Capitolo 14

Un asso nella… scarpa

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

“Bravo!”, disse ironico Artemius una volta che Max fu uscito. “Adesso non solo quell’idiota può modificare un nodo Alfa, ma può anche distruggere la Fondazione!”

“Rilassati”, rispose X. Si tolse quindi una scarpa e la spinse un pochino alla sua destra.

“Rilassati?”, ripeté Artemius, ancora più agitato, “RILASSATI??? Siamo legati come salami, c’è una bolla che fra un po’ ci scoppia in testa disintegrandoci… e tu mi dici rilassati?”

L’agente X provò a sbilanciare il proprio corpo per far cadere a terra le due sedie. Aveva calcolato che la sua faccia sarebbe atterrata esattamente davanti alla scarpa. Il primo tentativo, però, andò a vuoto. Il peso di Artemius era eccessivo; bisognava che si sbilanciasse pure lui per ottenere qualcosa.

“Se invece di lamentarti mi dessi una mano…”, lo rimproverò.

“Ma che stai facendo?”, chiese il barbone.

“Smettila di fare domande e aiutami!”

Con un tonfo sordo, le due sedie caddero a terra.

“Ahia!”, si lamentò Artemius. “Agente, giuro che alla fine di questa storia me la paghi!”

I calcoli di X erano corretti. Il suo viso atterrò a pochi centimetri dalla scarpa. Avvicinò dunque la bocca al cuoio e con i denti riuscì a ribaltarla; ne scivolò fuori una piccola piastra metallica bianca.

“Si può sapere che stai facendo?”, chiese Artemius, che non poteva vedere cosa stava combinando il suo partner.

X avvicinò la bocca alla piastra e gridò: “Attiva!”.

“Cosa?”, domandò Artemius, convinto che X stesse parlando con lui.

Una vocetta femminile disse: “Richiesta password vocale.”

“La rosa attende alla fine della strada”, rispose l’agente.

Qualche istante dopo, la vocetta si fece risentire: “Password vocale corretta. Buongiorno Agente X otto-cinque, come posso aiutarla oggi?”

“Giny, amica mia…”, disse X, “Abbiamo un problema qui. Devi tirarci fuori da questa situazione!”

Un fascio verde attraversò X e Artemius mentre la vocetta diceva: “Analisi del problema in corso…”.

Qualche istante dopo, Giny gracchiò: “Problema analizzato. Inizio fase risolutiva.”

X tirò un sospiro di sollievo e commentò: “Brava la mia ragazza!”.

La piccola piastra bianca si sollevò da terra, fece un giro intorno alle due sedie ribaltate e si avvicinò alle corde che legavano X e Artemius, le quali vennero istantaneamente bruciate da un raggio rosso. Finalmente liberi, i due si alzarono in piedi. Giny compì un paio di giri intorno alla stanza per poi posarsi sul palmo della mano di X.

“Ehi!”, esclamò Artemius indicando la piastra, “forte quella roba.”

“Questa non è una roba!”, lo redarguì X, “si chiama Giny e mi ha salvato la vita più di una volta.”

“Brava ragazza allora… Adesso, però, se non ti dispiace, gradirei uscire da qui.”

Con un balzo Artemius raggiunse la porta e l’aprì; stava per uscire, ma si bloccò. Tutto tremante, si voltò verso X, gli occhi sgranati.

“Cosa c’è?”, chiese l’agente.

“Cosa non c’è”, precisò l’altro.

X non sapeva se essere preoccupato o semplicemente curioso. Scansò il compagno ed uscì dal garage. Quello che vide lo fece rabbrividire. Max Barr non stava scherzando.

Zero Alfa: Capitolo 13

Mele marce

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

Non fecero in tempo ad uscire dal bar, perché entrambi all’improvviso si sentirono mancare. Le voci intorno a loro, da brusio divennero un rumorino impercettibile, poi il buio avvolse ogni cosa.

Quando la luce riapparve, l’ambiente era cambiato. Adesso stavano in un vecchio garage, dove l’odore di muffa e stantio era quasi insopportabile. Erano seduti su due sedie, legati schiena contro schiena, prigionieri.

“Buongiorno!”, disse ironica una voce.

Max Barr si avvicinò piano all’agente X tenendo in mano il suo cappello bianco.

“Non dovresti lasciarlo in giro”, disse guardando il cappello, “qualcuno potrebbe rubartelo”. Quindi se lo mise in testa e, nel farlo, avvicinò la faccia a quella dell’agente. “Come mi sta?”, chiese.

“Male”, rispose X.

“Sai”, disse ancora Max allontanandosi di qualche passo, “mi sembra strano che la Fondazione non sia ancora riuscita a prendere quel… com’è che si chiama? Artemisio, Artemisu…”

“Artemius”, rispose il diretto interessato. Max allora si rivolse direttamente a lui.

“Ah… già!”, esclamò, “Artemius il fuggitivo! O dovrei dire Artemius il vigliacco… Perché conosciamo tutti la tua storia, no?”

Il barbone iniziò ad agitarsi.

“Oh! Ma stai tranquillo, piccolo Arty”, lo schernì ancora Max, “i tuoi segreti moriranno con te. Fra poco sarà tutto finito.”

“Che vuoi fare, ucciderci?”, chiese X.

“Non proprio. Non si possono uccidere dei viaggiatori speciali come voi due. E poi siete miei ospiti. Per voi ho preparato una festa d’addio… speciale”, e dicendo l’ultima parola fece un ampio gesto con le mani, poi aggiunse: “Facciamo un gioco: l’omino bianco mi dice dove – e quando – si trova la stazione della Fondazione Tempo e io vi dico come uscire dalla bolla intertemporale in cui siete immersi”.

“Bolla?”, chiese Artemius confuso, “quale bolla?”

“C’è un campo di forza sopra le vostre teste”, spiegò Max: “In questo momento sta collassando e fra circa…”, guardò il bracciale bianco che aveva al polso, “meno di venti minuti questa linea temporale collasserà del tutto.”

“Stai bluffando!”, sbottò X, “non puoi avere l’accesso alle mele marce.”

“Le mele marce?”, chiese Artemius, sempre più confuso.

Max Barr scosse la testa: “Non gli hai detto delle mele marce?”, disse, “Ah già, è vero! Gli agenti non possono riferire i segreti della Fondazione… giusto?”

“X!”, sbottò Artemius, “di cosa diavolo sta parlando?”

“Le mele marce sono linee morte”, rispose X. “Volevi sapere cosa facciamo con i nodi Zero Alfa, no? Beh, li distruggiamo, li facciamo collassare assieme a tutta la linea temporale.”

“Già”, confermò Max, “creano un campo intertemporale intorno al nodo Alfa e lo estirpano come si faceva in tempi barbari con il cancro.”

“Ma così ammazzate migliaia di persone innocenti!”, fece Artemius rabbioso.

“Decine…? Milioni!”, precisò Max. “Ma di che ti sorprendi? Tu stesso hai causato lo strappo su un paio di nodi Alfa.”

“X… è vero?”, chiese Artemius preoccupato. L’altro non rispose. “Perché non me l’hai mai detto?”, ma l’altro tacque ancora.

Max si tolse il cappello e lo mise in testa all’agente. “Adesso basta!”, disse infine, “ho bisogno delle coordinate della Fondazione. Se non me le dai tu, le recupero in altri modi, ma voi due non vedrete mai più la luce del sole, questo è sicuro”.

“Stai bluffando!”, ripeté X, “non puoi averci portato su una mela marcia. Solo gli agenti possiedono le coordinate dei nodi Alfa.”

“Già…”, disse Max, “e le tengono memorizzate in un cerebracciale come questo, giusto?”, mostrò un braccialetto bianco identico a quello che lui portava sempre al polso.

“Quello dove l’hai preso?”, chiese X, sorpreso.

“Te l’ho detto…”, rispose Max, “devi avere più cura delle tue cose. Se non ti dispiace, lo prendo in prestito io. Posso?”. Non aspettò risposta e se lo mise al polso sinistro. “L’unico problema”, continuò poi, “è che le coordinate che più mi interessano, quelle della Fondazione, non ci sono. Immagino lo facciate per la sicurezza, giusto? Devo dedurre che ogni agente le memorizzi direttamente nella propria testa…”

“Non le avrai mai!”, gridò X agitandosi sulla sedia.

“Se è così…”, disse Max muovendosi verso l’uscita, “la vostra coincidenza intertemporale passa fra meno di quindici minuti. Preparate i bagagli e buon divertimento!”

“Aspetta!”, gridò X. “D’accordo… ti darò quello che vuoi.”

“X!”, intervenne Artemius voltandosi verso l’agente, “ma sei impazzito?”

“Bene”, fece Max compiaciuto, “iniziamo a ragionare.”

 

Zero Alfa: Capitolo 12

Strappi nel tessuto temporale

Illustrazioni: Elettra Casini
Testi: Enrico Matteazzi

Artemius guardò l’agente X dritto negli occhi: “Allora”, disse, “cos’hai cambiato? Perché hai interferito con gli eventi anticipandoli di un anno?”.

Avevano scelto un bar molto frequentato, nel quartiere di Brooklyn. Il caos e il chiacchiericcio permise loro di parlare senza essere ascoltati, o anche solo notati.

L’agente X giocherellava con un bicchiere di whisky mentre Artemius gli rivolgeva una domanda dopo l’altra. Avrebbe dovuto non rispondere, ma arrivati a quel punto, sentiva di non avere altra scelta.

“Marvin Richardson e Cristina Patterson sono fondamentali per il futuro del mondo”, spiegò X, “il legame tra quei due è così potente da influenzare questa e tutte le altre linee temporali. Max Barr vorrebbe impedire che questo legame si formi, così ha causato uno strappo.”

“Uno strappo?”, chiese Artemius, un po’ confuso.

X iniziò a tracciare dei segni sul tavolino nel tentativo di farsi comprendere: “Vedi, quando qualcuno viaggia indietro nel tempo altera il naturale corso degli eventi e crea una linea nuova temporale.”

“Sì, questo lo so anch’io”, ribatté Artemius.

“Bene”, continuò X, “ora seguimi. La nuova linea temporale non viene rilevata dalla Fondazione fino a che il viaggiatore non modifica la storia in modo sensibile. Se e quando ciò accade, la Fondazione rileva un vero e proprio strappo nel tessuto temporale.”

“Detta così sembra una cosa da aggiustare.”

“Beh… tecnicamente lo è!”

“E come la aggiustate?”

“Ci sono due alternative: se lo strappo riguarda un nodo secondario è facile: rintracciamo il viaggiatore, lo arrestiamo e lasciamo che la nuova linea temporale faccia il suo corso.”

“Bene, ma nel caso di un nodo primario?”

“Per un Punto Zero…? C’è la seconda opzione: se non riusciamo a intervenire in tempo, la linea viene classificata come corrotta e la buttiamo via.”

“La buttate via?”

“Sì, no… insomma, la abbandoniamo al suo destino.”

“Scherzi?”

“No. Ce sono centinaia. Dovresti saperlo, alcune le hai corrotte tu!”

“Ma credevo che qualcuno le rimettesse a posto.”

“Non si può ricucire uno strappo in stadio avanzato. Se cambi un nodo Zero, crei un’altra linea temporale. E se neppure quella andasse bene? Immagina: rischieresti di creare un labirinto di cambiamenti senza fine. No… l’unico modo è intervenire mentre il viaggiatore sta alterando gli eventi. Altrimenti: ciao linea temporale!”

Rimasero in silenzio qualche secondo. Artemius era sprofondato in pensieri oscuri. Si rese conto di quanto era stato sciocco. Aveva ragionato per i propri interessi personali, senza sapere che ogni volta che una linea temporale si corrompeva, un futuro veniva distrutto. Guerre, pestilenze, morti per malattia… chissà cosa poteva succedere alterando il corso naturale degli eventi.

“Cosa succede se si altera un nodo Zero Alfa?”, chiese ad un certo punto.

“Non è mai successo.”

“Sta succedendo, mi pare. Che si fa in questo caso?”

X non aveva sentito l’ultima domanda; era stato distratto da una macchia scura in fondo al locale. Si muoveva come un fantasma, appariva e spariva.

“Agente X…”,  lo richiamò Artemius, “X!!!”

L’uomo bianco scattò in piedi all’improvviso. Sudava freddo.

“Usciamo di qui!”, disse, “subito!”

 

Zero Alfa: Capitolo 11

 

Conosci il tuo nemico

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

Seduto su una panchina, Artemius osservava una coppia di giovani chiacchierare sulle sponde di uno dei laghetti grazie ai quali Central Park era famoso. Ovviamente non era una coppia a caso.

Marvin e Cristina erano seduti su un masso e ridevano.

D’un tratto l’agente X si materializzò di fianco ad Artemius a cui quasi venne un colpo.

“Porca vacca!”, urlò, “quando la smetterai di fare così?”

L’altro rise divertito.

“Che stanno facendo?”, chiese X.

“Ridono”, rispose Artemius.

“Bene, significa che stanno socializzando. Dopotutto, forse non dobbiamo intervenire.”

“Quindi mi lasci libero?”

“Eh no, caro mio! Non è mica così semplice. Hai detto che sapevi come catturare il fantasma…”

“Ci ho provato.”

Due bambini passarono correndo davanti alla panchina. Uno di loro aveva in mano una barchetta giocattolo. Dopo un po’ passarono due donne, probabilmente le loro madri. X gettò uno sguardo al laghetto: Cristina e Marvin stavano ancora parlando.

“Sai…”, fece Artemius, “mi stavo domandando…”

“Cosa?”

“Niente, mi chiedevo come mai quei due si stanno già frequentando.”

X lo guardò perplesso: “Che vuoi dire?”

“È il 2015, giusto?”

“Corretto.”

“Marvin Richardson e Cristina Patterson…”

“Sì…?”

“Non dovrebbero iniziare a frequentarsi nel 2016?”

X volse lo sguardo da un’altra parte. Artemius lo guardò torvo: “Non mi dire che hai cambiato qualcosa…”

X scosse il capo come a dire: “Sì e no”.

Artemius aprì la bocca per dire qualcosa, ma fu costretto a chiuderla. Una terza persona, con giubbino di pelle e occhiali da sole, era comparsa all’improvviso accanto ai due piccioncini. Artemius diede una gomitata a X. “Ehi, agente!”, disse, “guarda là: c’è il nostro uomo!”.

“Bene”, disse X, “ora entri in scena tu.”

“Ricordati la promessa”, precisò Artemius.

X fece segno di sì con la testa. Rimase seduto sulla panchina mentre Artemius, controvoglia, si alzava e andava verso il laghetto.

Arrivato accanto ai tre ragazzi, li trovò che avevano appena superato la fase dei convenevoli.

“Che ci fai qui, Max?”, chiese Cristina.

“Passeggiavo…”, poi rimase un istante ad osservare Marvin. “Ma voi due…”, fece Max indicandoli entrambi.

“No no!”, si affrettò a rispondere Cristina. “Siamo solo amici!”

“Per l’appunto”, commentò sottovoce Marvin. Max, invece, sorrise compiaciuto.

“Che fai stasera, Cristina?”, chiese il tipo col giubbino: “Ti va una pizza in onore dei vecchi tempi?”

La ragazza guardò prima Marvin, poi Max, poi di nuovo Marvin e poi ancora Max; infine rispose: “Perché no?”.

“Benissimo!”, esclamò Max mostrando il pollice in alto: “Passo a prenderti alle sette, ok? Scusate, ma ora devo andare”. Tese quindi la mano a Marvin in segno di saluto. L’altro rispose alla stretta un po’ controvoglia e, mentre lo faceva, notò per la seconda volta quell’affare bianco che Max portava al polso. Lo osservò bene questa volta: era liscio come la ceramica ma non rifletteva la luce. Decisamente un oggetto strano.

Artemius era rimasto in disparte ad osservare la scena. D’un tratto, X comparve alle sue spalle: “Perché non hai fatto niente?”

Artemius si voltò di scatto. “Porca vacca!”, sussultò, “ti giuro che se lo fai di nuovo ti ammazzo.”

“Perché non sei intervenuto?”, insisté X, “dicevi di sapere come prenderlo.”

“Stai tranquillo, lo prenderemo.”

“E come?”

“Ho il mio metodo.”

“E quale sarebbe il tuo metodo, si può sapere?”

“Regola numero uno: conosci il tuo nemico.”

 

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