Zero Alfa: Capitolo 5

Il mistero del fantasma suicida

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

Marvin fece scattare la serratura del portone di casa; entrò nell’atrio e salì le scale fino al primo piano, dove c’era la sua stanza. Aprì la porta, accese la luce e per poco non fece un infarto. L’uomo bianco stava in piedi in mezzo alla stanza, le gambe divaricate e le braccia conserte. Indossava ancora quel cavolo di cappello bianco.

“Allora?”, chiese l’uomo.

Marvin lo guardò stralunato: “Come diavolo ha fatto ad entrare?”

Ma il tizio continuò imperterrito per la sua strada: “Le hai chiesto un appuntamento?”, chiese.

“Esca subito dalla mia stanza!”, urlò Marvin.

“Temo di non poter esaudire la tua richiesta.”

“Ma che sta dicendo?”. A quel punto il ragazzo si avvicinò minaccioso allo strano tipo, che non si era ancora mosso dalla sua posizione iniziale.

“Esca subito da questa stramaledetta stanza!”, gli urlò. Ma quello rimase impassibile.

“Dimmi solo se l’hai invitata a uscire.”

“Ma a lei che importa?”

Il tipo bianco scosse la testa, come sconsolato: “Ti prego, dimmi che l’hai invitata.”

“No. Va bene? Non l’ho invitata!”

L’altro allora ruppe la posizione iniziale e si portò una mano al mento.

“Ah! Questo è strano… non va bene”, disse pensieroso, “ma niente paura! Hai ancora un’occasione: domani fatti trovare allo Starbucks vicino Times Square alle sette e mezza. Ci sarà anche lei.”

Ok, quell’uomo era fuori di testa.

Marvin si sedette sul letto e appoggiò le mani alla testa. Non sapeva più cosa pensare. Poi guardò in faccia il suo interlocutore: aveva gli occhi neri come la notte, in netto contrasto con il suo completo, bianco come la neve.

“Ma lei chi diavolo è?”, chiese Marvin.

“Un amico”, rispose l’altro. E così dicendo si tolse il cappello e andò a sedersi accanto al ragazzo.

Ora Marvin lo vedeva proprio bene: un bell’uomo sulla quarantina, ma poteva averne anche di più; in effetti, essendo completamente calvo, non era facile dedurne l’età.

“Tu ti agiti troppo, ragazzo. Devi stare tranquillo. Le risposte arriveranno. Per ora non posso dirti altro.” Ciò detto, si alzò, si rimise il cappello e in un attimo raggiunse la finestra; la aprì; poi si voltò verso Marvin.

“Ricordati, ragazzo”, disse, “domani, sette e trenta, Starbucks. E se non ci sei, giuro che verrò a cercarti”, e si gettò dalla finestra.

Marvin scattò subito per impedirgli il folle gesto, ma non fece in tempo. Poté solo affacciarsi al balcone, convinto di vedere il tipo sfracellato al suolo. Ma in quel vicolo poco illuminato non c’era nessuno.

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