Zero Alfa: capitolo 1

 

La ragazza dalle rose rosse

Testi: Enrico Matteazzi
Illustrazioni: Elettra Casini

 

Marvin non credeva al destino. Per la verità non credeva in nulla che non fosse il mondo pratico e pragmatico in cui ogni giorno era immerso. Trent’anni appena compiuti, senza un chiaro futuro all’orizzonte, iniziava a sentirsi un vero e proprio perdente. Già, il termine era corretto, “perdente”. Letteralmente: uno che “sta perdendo”.

E cosa stava perdendo Marvin? Il tempo.

Ci pensava spesso al tempo e alle occasioni sprecate. Trasferendosi a New York credeva di risolvere tutto; era convinto che proprio lì avrebbe trovato l’ispirazione giusta per realizzare i propri sogni.

Inutile dire che non era andata così.

Molte cose lo rendevano triste, ma una in particolare lo faceva cadere spesso in una vera e propria depressione. Marvin era convinto che uno come lui, con gli occhiali da sfigato, un po’ troppa pancetta e pochi capelli in testa, non avrebbe mai e poi mai conquistato una bella ragazza.

Così, se al mattino ripeteva a se stesso nello specchio che dopotutto New York è New York, cercando di convincersi che in fin dei conti ce la poteva fare, alla sera si ritrovava sul letto a pensare all’ennesima giornata buttata via.

Marvin lavorava al McGee, un pub tra la Broadway e l’Ottava Avenue famoso per aver ispirato il telefilm How I met your mother, molto popolare negli Stati Uniti, almeno nella prima decade del Ventunesimo Secolo, epoca in cui avvennero i fatti.

Fu in quel pub che Marvin conobbe Cristina.

Bellissima, di origini italiane, i capelli scuri, lo sguardo gelido ma provocante. La sera in cui la vide per la prima volta portava i capelli sciolti. Rimase colpito dal suo sorriso. Non era il classico sorriso di circostanza del cliente che entra e ordina una birra. No, quel sorriso era vero, naturale, spontaneo; nasceva da dentro.

Indossava un vestito nero con delle rose rosse. Entrò nel pub accompagnata da alcuni amici. Marvin la vide e rimase a fissarla per qualche istante.

“Ehi, amico!”, disse un tipo alto e moro di fronte a lui. “Ti ho chiesto se c’è posto per cinque.”

“Certo certo!”, rispose subito Marvin, “prego, seguitemi!”

Una volta che il gruppo fu sistemato, Marvin distribuì i menù e poi si allontanò. Voltato l’angolo, si fiondò in bagno, appoggiò le mani al lavandino e respirò a fondo.

Ma perché era così agitato? In fondo era solo una ragazza, ne aveva viste tante! E comunque di sicuro non lo aveva nemmeno notato, quindi perché agitarsi?

Uscì dal bagno; aspettò ancora qualche secondo; poi si avvicinò al tavolo dei nuovi arrivati; guardò la bella ragazza: aveva due occhi da cerbiatta che però nascondevano dei tratti malinconici.

Raccolte tutte le ordinazioni, Marvin ritirò i listini e si allontanò di nuovo. Quando fu il momento di tornare al tavolo con il vassoio pieno di bibite, però, si bloccò. Qualcosa di strano fuori dalla finestra aveva attirato la sua attenzione.

 

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